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Censura Internet in Cina
Cosa è successo in Cina dopo il Kung-Fu?
Censura Internet in Cina
In questo articolo voglio raccontarvi brevemente cosa si dice sul web della censura Internet che il governo cinese impone, e prendere spunto per qualche piccola riflessione sia etica che commerciale. Partiamo dalle origini della censura su internet, che inizia negli USA, attraversa la Cina, passa dalla Francia ed approda nel mondo virtuale e commerciale del web. Ecco un po di storia riportata da un articolo scritto da Gianluca Turrini (Internet in Cina 2 ottobre 2002) dal sito www.ecn.org
<< Nel 1996, negli Stati Uniti, il governo vara una legge che proibisce la pubblicazione di materiale indecente on-line. Passa un anno e la Corte Suprema dichiara incostituzionale questa legge, chiamata Communications Decency Act. Nello stesso anno si cominciano a schedare i surfer in Cina, a bloccare l’accesso alla rete in Arabia Saudita (tranne che per ospedali ed università), a registrare ogni sito che parli di politica a Singapore. Sono solo i primi atti di una guerra oramai in atto fra la comunità web e le autorità. Nel 1997 viene arrestato il primo cinese, Lin Hai, per attività sovversiva contro lo stato, dopo che aveva reso pubblici 30000 indirizzi mail. Nel 2000 un tribunale francese vieta a Yahoo di mettere all’asta oggettistica nazista o razzista: è il segno che internet è oramai visto come un normale mezzo di comunicazione, e quindi soggetto alle leggi sulla stampa e sull’informazione. Di pari passo si sviluppa quindi la coscienza del diritto d’autore on-line, ed il cambiamento di mentalità ha come maggior vittima Napster, sito che metteva gratuitamente in collegamento gli mp3 posseduti da ogni utente connesso. >>
Il Turrini commenta anche: << Mentre negli Stati Uniti e in Europa Internet è cresciuto in maniera pervasiva, con un ruolo determinante degli interessi privati fin dall’inizio, e con un approccio bottom-up, in Cina il governo ha promosso e disegnato l’infrastruttura. Questo fra l’altro ha consentito di organizzarla secondo uno schema fortemente centralizzato, come tale più facile da sottoporre a controlli.
Gli utenti Internet in Cina si collegano alla rete globale passando attraverso sei “cancelli” di interconnessione che sono strettamente sorvegliati da agenzie statali. Esistono molti Internet Service Providers privati, ma essi possono operare solo collegandosi al World Wide Web attraverso quei sei cancelli, e pagando il pedaggio politico imposto dal governo. “In realtà – ha detto Xiao Qiang – Internet in Cina è piuttosto un grande Intra-net (rete a circuito chiuso, ndr) su scala nazionale, con accessi limitati all’Internet globale”.La componente più nota di questi controlli governativi è la censura, soprannominata dai dissidenti The Great Firewall of China (la Grande Muraglia di Fuoco della Cina), la cui funzione consiste nell’oscurare l’accesso ai siti indesiderati.
Sono “invisibili” per un utente che si trovi sul territorio cinese ben 19.000 siti stranieri sgraditi, che vanno da quelli della Bbc ad Amnesty International, da Wikipedia ai missionari cattolici di Asianews. Una censura più selettiva è quella che consiste nell’oscurare con precisione chirurgica solo quelle schermate che contengono alcune delle parole proibite contenute in un corposo “libro nero” del governo.
Per sorvegliare l’informazione che circola in rete il governo impiega trentamila tecnici a tempo pieno, assistiti da programmi di software che talvolta sono made in China, in altri casi sono stati forniti volontariamente dalle grandi società di software occidentali. Quei programmi filtrano le parole, cancellano, censurano, bloccano messaggi. Si è scoperto come uno di questi filtri si introduce di soppiatto all’insaputa degli utenti: il software Qq è il più diffuso per la messaggeria istantanea via Internet; la società cinese che produce Qq, la Tencent, su disposizione delle autorità ha incollato a quel software un programma (nome in codice ComToolKit. dll) che automaticamente blocca tutte le parole proibite.>>
Cosa si evince da questo estratto dell’articolo del Turrini? Questa che segue è la mia opinione.

Internet ed il web nel suo senso più ampio è sempre stato considerato un paradiso anarchico dove poter scrivere liberamente quello che si pensa e con cui fare ciò che si vuole. Perciò inevitabilmente la mano oscura della censura governativa a livello globale si è dovuta affacciare sulla rete: per controllare attività non legali (leggi pedo-pornografia, associazioni di stampo terroristico e truffe) ed al fine di tutelare i diritti d’autore di grande aziende che non riesco ancora a capire come poter eliminare lo scambio privato di file, dove il trasferimento di file musicali, film, e programmi domina la lista di violazioni.
Ma capiamo anche che in Cina la censura di quello che si può leggere e/o scrivere su internet è comandata dalla volontà da parte del governo di controllare e gestire le informazioni a cui i cittadini posso accedere.
Leggendo qua e la mi sono imbattuto su un articolo che commenta il libro “The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom” (del 6 gennaio 2011 Internet and Politics su www.economist.com del bielorusso Evgeny Morozov. Questo articolo è interessante perché contrappone due teorie interessanti che riguardano internet come strumento di comunicazione. I due approcci sono cyber-utopismo e cyber-realismo. I cyber-utopici sostengono che internet stimola la creazione e lo sviluppo di stati liberi e democratici, mentre i cyber-realistici sostengono che internet ha si grandi potenzialità per promuovere la democrazia e la libertà, ma che come nel caso della televisione e della radio alla cui nascita furono attribuiti simili poteri, è destinata a fallire in questa missione perché può essere controllata ed utilizzata anche per favorire regimi autoritari, di cui il caso Cina ne è il perfetto esempio.
Sempre su www.economist.com mi sono imbattutto su un’altro articolo “China’s king of e-commerce” (Dec 29 2010 di Hangzhou) in cui viene descritto il re dell’e-commerce Cinese www.alibaba.com cresciuto a livello esponeziale ed internazionale sostenuto da www.alipay.com (antagonista di paypal), il cui sviluppo è ancora in corso con al’attivo circa 60 millioni di utenti.
Ciò ci riporta alla realtà co
mmerciale cinese, ci ricorda della grande crescita economica che il paese sta vivendo a livello mondiale da ormai piu di 10 anni e ci permette di credere, e non solo sperare, che nonstante la censura del web e degli altri mezzi di comunicazione da parte del governo cinese, questo pases oggi sia uno dei mercati mondiali piu interessanti dove poter far crescere la propria azienda visto un bacino di utenze che va oltre 1 miliardo di potenziali consumatori, e che l’autorità che censura si preoccupa principalmente di propaganda politica e meno della propaganda commerciale. In conclusione, cyber realismo o cyber utopismo, la cina, la censura, internet e la comunicazione aziendale intesa come e-commerce hanno non poco in comune ma di sicuro la censura del governo cinese deve preoccupare maggiormente l’utente politico e molto meno l’utente commerciale.
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